26 luglio 2012



Questa notte alle 2,30 la Nostra Comunità Parrocchiale parte per il pellegrinaggio a Lourdes, assicuriamo a tutta la Comunità di Palazzo Adriano, amici e conoscenti, preghiere.

                                                                                                    Papàs Sepa



Ricordo che la celebrazione domenica 29 Luglio sarà alle 18,30



Il 26 Luglio la Chiesa Italo-Biazantina-Albanese fa memoria del Megalomartire Panteleimon

San Panteleimon nacque a Nicomedia da padre pagano (di nome Eustorgus) e madre cristiana (di nome Eubola). Venne educato alla fede cristiana e poi battezzato da sant'Ermolao (commemorato il 26 luglio) ed avendo appreso la professione medica, la esercitò con molta carità, guarendo da ogni malattia più per grazia divina che per la sua professionalità.
La sua compassione verso gli ammalati, i sofferenti, gli sfortunati e i bisognosi, fece si che fosse chiamato Panteleimon ("tutto misericordioso") invece di Pantaleo ("in tutte le cose un leone") che era il suo nome. Ha trattato tutti coloro che si rivolgevano a lui senza distinzione di fede e senza chiedere spese, guarendoli nel nome del Signore Gesù Cristo. Ha visitato i prigionieri tenuti in carcere, che erano generalmente cristiani, guarendo le loro ferite e in breve tempo la sua buona nomea di medico caritatevole si diffuse in tutta la città di Nicomedia facendo si che la gente abbandonasse gli altri medici per rivolgersi a lui.
Nel 305, per invidia, un medico lo denunciò alle autorità romane che lo arrestarono e come era prassi nei processi contro i cristiani, al santo fu chiesto di offrire l'incenso agli dei, ma egli si rifiutò, accettando il martirio, come già aveva fatto il suo maestro Ermolao, che avvenne dopo numerose torture.





Il 25 Luglio la Chiesa Italo-Bizantina-Albanese fa memoria della Santa Martire Parasceve
Si fa memoria anche dei Santi Ermolao, Ermippo ed Ermocrate


La santa martire Parasceve il cui nome dal greco significa «preparazione» era figlia di Agatone e Politia ed è nata in un villaggio nei pressi di Roma. Fu chiamata Parasceve perché nacque di Venerdì (in greco "paraskevì") e ricevendo dai suoi genitori una educazione cristiana si dedicò sin dalla giovinezza alla lettura delle Sacre Scritture e alla meditazione della Parola divina, portando molti alla fede in Cristo.
Venne arrestata e invitata ad adorare gli idoli pagani, ma lei rispose con le parole del profeta Geremia (Ger 10:11): «Gli dèi che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo». Fu martirizzata con la decapitazione dopo numerose torture intorno all'anno 140.

I santi Ermolao, Ermippo ed Ermocrate erano sacerdoti della Chiesa di Nicomedia; essi vivevano in clandestinità dopo che l'imperatore Massimiano aveva fatto bruciare 20.000 martiri nella stessa Nicomedia (vedi 28 dicembre). Sant'Ermolao aveva fatto convertire san Panteleimon alla fede cristiana e quando san Panteleimon fu arrestato perché riconosciuto cristiano, illuminato da Dio che il tempo del martirio del suo maestro era oramai alle porte, rivelò a Massimiano che era stato il sacerdote cristiano Ermolao a convertirlo. Nell'anno 305, i tre santi Ermolaos, Ermippo ed Ermocrate, vennero arrestati e quando confessarono Cristo come unico vero Dio, furono torturati e decapitati.




 

24 luglio 2012




24 Luglio la Chiesa Italo-Bizantina-Albanese fa memoria della
Santa Megalomartire Cristina

Cristina fa parte di quel gruppo di sante martiri, la cui morte o i supplizi subiti si imputano ai padri, talmente snaturati e privi di amore, da infliggere a queste loro figlie i più crudeli tormenti e dando loro la morte, essi che l’avevano generate alla vita.
Sono un po’ interdetto davanti a questi casi, come ad esempio per s. Barbara, perché credo che sia frutto di tradizioni agiografiche di un tempo lontano, in cui si intendeva impressionare il devoto con racconti forti.
Da scavi archeologici eseguiti fra il 1880 e il 1881 nella grotta situata sotto la Basilica di Santa Cristina a Bolsena, si è accertato che il culto per la martire era già esistente nel IV secolo; dal fondo della grotta-oratorio si apre l’ingresso alle catacombe, che contengono una sua statua giacente in terracotta dipinta e il sarcofago dove furono ritrovate le reliquie del corpo della santa.
Al tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312) la fanciulla di nome Cristina, figlia del ‘magister militum’ di Bolsena, Urbano, era stata rinchiusa dal padre insieme con altre dodici fanciulle, in una torre affinché venerasse i simulacri degli dei come se fosse una vestale.
Ma l’undicenne Cristina in cuor suo aveva già conosciuto ed aderito alla fede cristiana, si rifiutò di venerare le statue e dopo una visione di angeli le spezzò.
Invano supplicata di tornare alla fede tradizionale, fu arrestata e flagellata dal padre magistrato, che poi la deferì al suo tribunale che la condannò ad una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le fiamme.
Dopo di ciò fu ricondotta in carcere piena di lividi e piaghe; qui la giovane Cristina venne consolata e guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo.
Risultato vano anche questo tentativo, lo snaturato ed ostinato padre la condannò all’annegamento, facendola gettare nel lago di Bolsena con una mola legata al collo.
Prodigiosamente la grossa pietra si mise a galleggiare invece di andare a fondo e riportò alla riva la fanciulla, la quale calpestando la pietra una volta giunta, lasciò (altro prodigio) impresse le impronte dei suoi piedi; questa pietra fu poi trasformata in mensa d’altare.
Di fronte a questo miracolo, il padre scosso e affranto morì, ma le pene di Cristina non finirono, perché il successore di Urbano, il magistrato Dione, infierì ancora di più.
La fece flagellare ma inutilmente, poi gettare in una caldaia bollente piena di pece, resina e olio, da cui Cristina uscì incolume, la fece tagliare i capelli e trascinare nuda per le strade della cittadina lagunare, infine trascinatala nel tempio di Apollo, gli intimò di adorare il dio, ma la fanciulla con uno sguardo fulminante fece cadere l’idolo riducendolo in polvere.
Anche Dione morì e fu sostituito dal magistrato Giuliano, che seguendo i suoi predecessori continuò l’ostinata opera d’intimidazione di Cristina, gettandola in una fornace da cui uscì ancora una volta illesa; questa fornace chiamata dal bolsenesi ‘Fornacella’, si trova a circa due km a sud della città; in un appezzamento di terreno situato fra la Cassia e il lago, nel Medioevo fu inglobata in un oratorio campestre.
Cristina fu indomabile nella sua fede, allora Giuliano la espose ai morsi dei serpenti, portati da un serparo marsicano, i quali invece di morderla, presero a leccarle il sudore, la tradizione meno realistica della leggenda, vuole che i serpenti si rivoltarono contro il serparo mordendolo, ma Cristina mossa a pietà, lo guarì.
Seguendo le ‘passio’ di martiri celebri come s. Agata, la leggendaria ‘Passio’ dice che Giuliano le fece tagliare le mammelle e mozzare la lingua, che la fanciulla scagliò contro il suo persecutore accecandolo. Infine gli arcieri, come a s. Sebastiano, la trafissero mortalmente con due frecce.
Questo il racconto leggendario della ‘Passio’ redatta non anteriore al IX secolo, il cui valore storico è quasi nullo, precedenti ‘passio’ greche sostenevano che Cristina, il cui nome latino significa “consacrata a Cristo”, fosse nata a Tiro in Fenicia, ma si tratta di un errore dovuto al fatto che la prima ‘passio’ fu redatta in Egitto e che per indicare la terra degli Etruschi chiamati Tirreni dai Greci, si usava l’abbreviazione ‘Tyr’ interpretata erroneamente come Tiro.
Le reliquie ebbero anche loro un destino avventuroso, furono ritrovate nel 1880 nel sarcofago dentro le catacombe poste sotto la basilica dei Santi Giorgio e Cristina, chiesa risalente all’XI secolo e consacrata da papa Gregorio VII nel 1077.
Le reliquie del corpo, anzi di parte di esso sono conservate in una teca, parte furono trafugate nel 1098 da due pellegrini diretti in Terrasanta, ma essi giunti a Sepino, cittadina molisana in provincia di Campobasso, non riuscirono più a lasciare la città con il loro prezioso carico, per cui le donarono agli abitanti.
Questo l’inizio del culto della santa molto vivo a Sepino, le reliquie costituite oggi solo da un braccio, sono conservate nella chiesa a lei dedicata; le altre reliquie furono traslate tra il 1154 e 1166 a Palermo, che proclamò la martire sua patrona celeste, festeggiandola il 24 luglio e il 7 maggio; la devozione durò almeno fino a quando non furono “scoperte” nel secolo XVII le reliquie di santa Rosalia, diventata poi patrona principale. A Sepino, s. Cristina viene ricordata dai fedeli ben quattro giorni durante l’anno
A Bolsena, s. Cristina viene festeggiata con una grande manifestazione religiosa, la vigilia della festa il 23 luglio sera, nella oscurata piazza antistante la basilica, viene portato in processione il simulacro della santa posto su una ‘macchina’ a forma di tempietto, contemporaneamente sulla destra del sagrato si apre il sipario di un palchetto illuminato, dove un quadro vivente rappresenta in silenzio una scena del martirio e ciò si ripete in ogni piazza e su altrettanti piccoli palchi dove giunge la processione; la manifestazione è chiamata “I Misteri di s. Cristina”.
La processione cui partecipa una folla di fedeli, si svolge per strade e piazze di Bolsena, finché arriva in cima al paese nella Chiesa del Santissimo Salvatore, lì la statua si ferma tutta la notte e la mattina del 24, giorno della festa liturgica di s. Cristina, si riprende la processione di ritorno con le stesse modalità e giungendo infine di nuovo nella Basilica a lei dedicata.
I “Misteri” sono una manifestazione religiosa che sin dal Medioevo, onora alcuni santi patroni in varie città d’Italia specie del Centro.
Bisogna infine qui ricordare che la Basilica di S. Cristina possiede l’altare che come già detto è formato dalla pietra del supplizio della martire e che proprio su quest’altare nel 1263 un sacerdote boemo, che nutriva dubbi sulla verità della presenza reale del Corpo e Sangue di Gesù nell’Eucaristia, mentre celebrava la Messa, vide delle gocce di sangue sgorgare dall’ostia consacrata, che si posarono sul corporale e sul pavimento, l’evento fu riferito al papa Urbano IV, che si trovava ad Orvieto, il quale istituì l’anno dopo la festa del Corpus Domini.
La ‘passione’ di santa Cristina ha costituito un soggetto privilegiato da parte degli artisti di ogni tempo, come Signorelli, Cranach, Veronese, Dalla Robbia, i quali non solo la rappresentarono in scene del suo martirio con i suoi simboli, la mola, i serpenti, le frecce, ma arricchirono con le loro opere di pittura, scultura e architettura, la basilica a lei dedicata, maggiormente dopo avvenuto il miracolo eucaristico.

23 luglio 2012




Il 23 Luglio la Chiesa Italo-Bizantina-Albanese fa memoria
del Profeta Ezechiele
 e
della Traslazione delle reliquie di San foca ieromartire

Il profeta Ezechiele, il cui nome significa "Dio è forte" era il figlio di Buzi un sacerdote di alto rango. Anche lui subì la deportazione a Babilonia da parte di Nabucodonosor e nel quinto anno di questa prigionia, tra il 594 - 593 a.C., fu chiamato dal Signore e iniziò a profetizzare al popolo rimproverando l'infedeltà verso Jahvè. Dopo aver profetizzato per circa 28 anni fu assassinato, si dice, dalla tribù di Gad, perché li rimproverava per la loro idolatria.
Ezechiele viene considerato il terzo dei profeti maggiori ed il suo libro di profezie, diviso in 48 capitoli è pieno di immagini mistiche, meravigliose visioni profetiche nonché di allegorie, tra le quali il magnifico Carro di Cherubini descritto nel primo capitolo (Ez 1,4-26), o la "porta che era chiusa" attraverso la quale il Signore è entrato da solo, che ha preannunciato l'incarnazione del Verbo dalla Vergine (Ez 44:1-2), o le "ossa inaridite", che tornano alla vita (Ez 37,1-14), che profetizzavano sia il ritorno dei prigionieri dall'esilio, sia la risurrezione generale nell'ultimo giudizio.

San Foca ieromartire:
Si ritiene che le reliquie di san Foca siano state traslate a Costantinopoli durante l'episcopato di san Giovanni Crisostomo (398-404) che in suo onore scrisse una omelia.




22 luglio 2012



Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia al balcone del Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo e recita l’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti.


Le parole durante l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

La Parola di Dio di questa domenica ci ripropone un tema fondamentale e sempre affascinante della Bibbia: ci ricorda che Dio è il Pastore dell’umanità. Questo significa che Dio vuole per noi la vita, vuole guidarci a buoni pascoli, dove possiamo nutrirci e riposare; non vuole che ci perdiamo e che moriamo, ma che giungiamo alla meta del nostro cammino, che è proprio la pienezza della vita. E’ quello che desidera ogni padre e ogni madre per i propri figli: il bene, la felicità, la realizzazione. Nel Vangelo di oggi Gesù si presenta come Pastore delle pecore perdute della casa d’Israele. Il suo sguardo sulla gente è uno sguardo per così dire ‘pastorale’. Ad esempio, nel Vangelo di questa domenica, si dice che «sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Gesù incarna Dio Pastore col suo modo di predicare e con le sue opere, prendendosi cura dei malati e dei peccatori, di coloro che sono «perduti» (cfr Lc 19,10), per riportarli al sicuro, nella misericordia del Padre.
Tra le «pecore perdute» che Gesù ha portato in salvo c’è anche una donna di nome Maria, originaria del villaggio di Magdala, sul Lago di Galilea, e detta per questo Maddalena. Oggi ricorre la sua memoria liturgica nel calendario della Chiesa. Dice l’Evangelista Luca che da lei Gesù fece uscire sette demoni (cfr Lc 8,2), cioè la salvò da un totale asservimento al maligno. In che cosa consiste questa guarigione profonda che Dio opera mediante Gesù? Consiste in una pace vera, completa, frutto della riconciliazione della persona in se stessa e in tutte le sue relazioni: con Dio, con gli altri, con il mondo. In effetti, il maligno cerca sempre di rovinare l’opera di Dio, seminando divisione nel cuore umano, tra corpo e anima, tra l’uomo e Dio, nei rapporti interpersonali, sociali, internazionali, e anche tra l’uomo e il creato. Il maligno semina guerra; Dio crea pace. Anzi, come afferma san Paolo, Cristo «è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14). Per compiere questa opera di riconciliazione radicale Gesù, il Pastore Buono, ha dovuto diventare Agnello, «l’Agnello di Dio … che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Solo così ha potuto realizzare la stupenda promessa del Salmo: «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / abiterò ancora nella casa del Signore / per lunghi giorni» (22/23,6).
Cari amici, queste parole ci fanno vibrare il cuore, perché esprimono il nostro desiderio più profondo, dicono ciò per cui siamo fatti: la vita, la vita eterna! Sono le parole di chi, come Maria Maddalena, ha sperimentato Dio nella propria vita e conosce la sua pace. Parole più che mai vere sulla bocca della Vergine Maria, che già vive per sempre nei pascoli del Cielo, dove l’ha condotta l’Agnello Pastore. Maria, Madre di Cristo nostra pace, prega per noi!



21 luglio 2012


22 luglio 2012 - Domenica VIII di Matteo. – Santa Maria   Maddalena. - Tono VII – Eothinon VIII.

APOLITIKIA

Katèlisas to stavrò Katèlisas to stavrò su ton thànaton; inèoxas to listì ton Paràdhison; ton Mirofòron ton thrìnon metèvales; ke tis sis Apostòlis kirìttin epètaxas: òti anèstis, Christè o Theòs, parèchon ton kòsmo to mèga èleos.

Hai annientato con la tua croce la morte; hai dischiuso al buon ladrone il Paradiso; hai mutato in gioia il pianto delle Mirofore, e ai tuoi Apostoli hai comandato di annunziare che Tu, Cristo Dio, sei risorto, elargendo al mondo la grande misericordia.

Della Santa:

Christò to dhi’imas ek Parthènu techthèndi, semnì Magdhalinì, ikolùthis, Marìa, aftù tà dhikeòmata ke tus nòmus filàtusa: òthen sìmeron tin panaghìan su mnìmin eortàzondes anevfimùmen se pisti, ke pòtho gherèromen.

Seguivi il Cristo che per noi dalla Vergine è nato, o venerabile Maria Maddalena, osservando i suoi precetti e le sue leggi: per questo noi oggi, festeggiando la tua santissima memoria, con fede ti celebriamo e con amore ti onoriamo.

Della titolare della Parrocchia:

En ti ghennìsi tin parthenìan efìlaxas, en ti kimìsi ton kòsmon u katèlipes, Theotòke. Metèstis pros tin zoìn, Mìtir ipàrchusa tis zoìs ke tes presvìes tes ses litrumèni ek thanàtu tas psichàs imòn.

Nel parto, hai conservato la verginità, con la tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu che sei Madre della vita e che con la tua intercessione riscatti dalla morte le anime nostre.

KONDAKION

Prostasìa ton Christianòn Prostasìa ton Christianòn akatèschinde, mesitìa pros ton Piitìn ametàthete, mi parìdhis amartolòn dheìseon fonàs, allà pròfthason, os agathì, is tin voìthian imòn ton pistòs kravgazòndon si: Tàchinon is presvìan ke spèfson is ikesìan, i prostatèvusa aì, Theotòke, ton timòndon Se.

O invincibile Protettrice dei Cristiani, inconcussa mediatrice presso il Creatore, non disprezzare le voci di supplica di noi peccatori, ma affrettati, pietosa, a venire in aiuto di noi che con fede a Te gridiamo: o Madre di Dio, non tardare ad intercedere per noi; orsù, muoviti a pregare per noi, Tu che ognora proteggi quanti ti venerano.

Epistola

Il Signore darà forza al suo popolo; il Signore benedirà il suo popolo con la pace. (Sal. 28,11)

Portate al Signore, figli di Dio; portate al Signore dei figli di arieti. (Sal. 28,1)

Lettura dalla prima lettera di Paolo ai Corinti  (1,10-17)

Fratelli, vi esorto, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

Alliluia (3 volte).

Buona cosa è lodare il Signore e inneggiare al tuo nome, o Altissimo. (Sal. 91,2)

Alliluia (3 volte).

Annunziare al mattino la tua misericordia, la tua verità nella notte. (Sal. 91,3)

Alliluia (3 volte).

Vangelo (Matteo 14,14-22)

In quel tempo Gesù, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” Ed egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.

Buona Domenica!!

19 luglio 2012




Nella memoria odierna di Santa Macrina desideriamo augurare alle nostre Suore Basiliane un lungo apostolato. Nel contempo desideriamo rievocare con gioia un articolo curato dall'indimenticabile Mons. E. Fortino pubblicato dall'Osservatore Romano il 25 Aprile 2009

Una congregazione Basiliana femminile in espansione


Scritto da Archimandrita Eleuterio F. Fortino

Quasi un secolo fa maturava nell'ambito della storica abbazia dei monaci basiliani di S. Maria
di Grottaferrata, nei pressi di Roma, una vocazione religiosa femminile, che orientata dai Padri
di S. Nilo di Rossano, prendeva forma come "Congregazione delle Suore Basiliane Figlie
di S. Macrina", oggi presente non soltanto nelle tre Circoscrizioni ecclesiastiche bizantine
in Italia, ma estesa in Albania, nella Kosova e nel Kerala in India. La Congregazione, si inserisce in una lunga tradizione, da una parte si riferisce a S. Basilio (330ca-379) animatore del monachesimo orientale e a sua sorella Santa Macrina, di cui la Congregazione ha assunto anche il nome, e dall'altra alla tradizione monastica italo-greca incarnata dall'antico monastero di Grottaferrata, fondato da s. Nilo di Rossano (1004), che le ha dato l'orientamento prossimo. Inoltre la Congregazione ha fatto la sua prima esperienza di vita nell'ambito della Chiesa italo-albanese di Sicilia, di Calabria e di Lucania.
Il 2 aprile 2009 il vescovo di Piana degli Albanesi, Mons. Sotir Ferrara, ha presieduto la
conclusione dell'inchiesta diocesana per il processo di canonizzazione della serva di Dio
Madre Macrina, fondatrice della Congregazione basiliana femminine. In Italia vi è una
permanente tradizione più che millenaria della presenza ecclesiale bizantina, dal tempo di
Giustiniano (secolo VI) in poi, rinvigorita nel secolo XVI dall'arrivo di una forte immigrazione
albanese proveniente dall'Epiro e dalla Morea. In questa tradizione aveva offerto un grande
contributo di cultura e di santità uno stuolo di monaci, ma non vi erano mai state operanti
comunità monastiche femminili. La Congregazione fondata da Madre Macrina (1893 - 1970) dà un contributo nuovo e significativo per una nuova vitalità nel nostro tempo.
La fondazione
Madre Macrina, al secolo Elena Rapparelli, è nata il 2 aprile 1893 proprio a Grottaferrata.
Essa è stata battezzata, come la sorella Agnese in seguito anch'essa religiosa con il nome di
Sr, Eumelia, nella parrocchia dell'abbazia dal noto ieromonaco p. Arsenio Pellegrini Le due
sorelle, accompagnate nella formazione catechetica e liturgica, dai monaci, sono state indirizzate verso la vita religiosa particolarmente da p. Nilo Borgia, originario di Piana degli Albanesi.
Egli ispirò e orientò la nascente comunità religiosa.
Il vescovo di Piana degli Albanesi informa che "Madre Macrina, sotto la guida di p. Nilo si convinse che era opportuno dar vita ad una nuova congregazione religiosa con lo scopo di promuovere, con la preghiera e con l'azione, l'unione dei popoli cristiani d'oriente con la Chiesa Cattolica". Tale progetto, custodito nel cuore e nella mente, fu poi accolto ed approvato da Papa Benedetto XV e solo nel 1921 poté essere avviato a realizzazione. Infatti il 2 luglio di quell'anno, con l'approvazione e la benedizione dell'Assessore della Congregazione per la Chiesa Orientale, Mons. Isaia Papadopoulos, le due sorelle partirono per Mezzoiuso, in provincia di  Palermo, comunità di tradizione bizantina, nella giurisdizione dell'arcidiocesi di Palermo.. Ancora non esisteva l'eparchia di Piana degli Albanesi, creata nel 1937.
A Mezzoiuso i monaci basiliani di Grottaferrata avevano ripristinato l'antico monastero di S. Maria delle Grazie. La nascente comunità è stata bene accolta dall'arcivescovo di Palermo il cardinale Lualdi. E' stato proprio questi ad indicare il nome che avrebbe assunto la nuova Congregazione: "Suore Brasiliane figlie di S. Macrina". Egli stesso ne nominò responsabile Madre Macrina. Oltre che dai monaci basiliani le giovani avviate alla vita religiosa sono state aiutate e sostenute spiritualmente da D. Luigi Orione e da p. Antonio Delpouch dei Padri Bianchi, l'approvazione canonica quale istituzione di diritto diocesano e il 30 luglio si aveva la professione religiosa di Madre Macrina e di otto consorelle.
In seguito il Card. Luigi Lavitrano decretò come casa di noviziato quella di Mezzoiuso.
In Albania
La comunità conobbe un progressivo incremento. Negli anni 1939 -1946 sono state aperte
due case in Albania (Argirocastro e Fier), aiutate dai monaci basiliani, presenti in Albania, poi
chiuse con l'avvento del regime comunista. Nel dopoguerra nuove case sono state aperte in
Sicilia, in Calabria, in Lucania, nel Lazio. Negli anni 90 le basiliane ritornarono nuovamente in
Albania e in seguito si portarono anche nella Kosova e in India. Oggi la Congregazione ha un
consistente numero di giovani suore di cui molte hanno conseguito diplomi in Istituti di scienze religiose superiori.
Scopo ecumenico
Il 10 giugno del 1972 Il Santo Padre Paolo VI, con lettera del Card. De Fustemberg, Prefetto
della Congregazione per le Chiese Orientali, approvava le Costituzioni aggiornate alla luce del
Concilio Vaticano II e dichiarava la Congregazione quale istituto di diritto pontificio.
Le Costituzioni descrivono così la natura della Congregazione: "E' una istituzione di
diritto pontificio appartenente alla Chiesa bizantina italo-greca. Essa, ispirandosi alla dottrina
ascetica e alla tradizione spirituale dei Santi Padri orientali, si propone la gloria di Dio
attraverso la sequela di Cristo, maestro ed esempio di santità". All'art.3 si precisa:
"La Congregazione, fedele alla volontà della Madre fondatrice e condividendo la missione
della Chiesa, si inserisce nell'azione ecumenica che, sotto l'azione dello Spirito Paraclito e
attraverso la conversione del cuore, tende a diffondere la carità di Cristo tra gli uomini, a
promuovere ed incrementare il dialogo e la fraterna concordia per realizzare la comunione
nella perfetta unità, voluta da Cristo affinché tutti siano una cosa sola affinché il mondo creda.
La Congregazione si sente nel vincolo della carità, unita ai fratelli cristiani d'oriente, con i quali
ha in comune la fede e la ricchezza del patrimonio spirituale: liturgico, patristico, innografico e
iconografico".
La Congregazione naturalmente è pronta a svolgere il lavoro apostolico di testimonianza, di
evangelizzazione, di promozione umana in tutta la Chiesa dove potrebbe essere chiamata. Si
propone di fare questo "in collaborazione con le comunità ecclesiali e gli istituti religiosi
cattolici e non cattolici, soprattutto dell'Oriente cristiano e di lingua albanese".
Da questi dati costituzionali emerge la fonte di ispirazione di questa nuova comunità religiosa
particolare bizantina e femminile. Nell'Ufficio bizantino celebrato quotidianamente, negli scritti
dei Padri e in particolare nelle Regole di S. Basilio, tanto in quelle "fusius tractatae"
quanto in quelle "brevius tractatae", la Congregazione trova la guida sicura.
Causa di beatificazione della fondatrice
L'avviato processo di canonizzazione della fondatrice, ora che è conclusa la fase diocesana
ed l'intera documentazione raccolta è stata trasmessa a Roma, darà l'occasione per
approfondire il carisma proprio della Congregazione e per riflettere sulle vie di santificazione e
di testimonianza nel prossimo futuro.


Con Sentimenti di affetto la Comunità Parrocchiale della Kimisis di Palazzo Adriano






























Pubblichiamo dal sito Oriente Cristiano quest'articolo di grande interesse.

L’ORIENTE CRISTIANO IN ITALIA

Il mese di luglio si è aperto con una importante e solenne celebrazione, avvenuta nella cattedrale di San Nicola a Lungro in provincia di Cosenza, dove la domenica 1 luglio è stato consacrato il nuovo vescovo (eparca) della diocesi italo-albanese nella persona dell’Archimandrita Donato Oliverio. È un avvenimento di significato molto particolare, poiché le diocesi di rito greco-albanese in Italia sono soltanto due (Lungro e Piana degli Albanesi in Sicilia) e i loro pastori si succedono con frequenza assai limitata (meno di dieci nel secolo scorso). Si tratta di strutture ecclesiastiche relativamente giovani, restaurate alla tradizione del rito greco-bizantino solo agli inizi del Novecento, dopo che il pontificato di Leone XIII aveva imposto un atteggiamento di rispetto e riscoperta delle tradizioni dell’Oriente Cristiano anche nei territori soggetti da secoli alla giurisdizione latina. La vita delle comunità italo-albanesi può essere considerata un fenomeno marginale all’interno della Chiesa e della società italiana, limitata alla minoranza arbereshe presente sul nostro territorio da circa tre secoli. In realtà dietro a questo piccolo gruppo etnico-culturale si dispiega una tradizione ben più solenne ed estesa, quella del cristianesimo bizantino in generale, di cui l’Italia è stata a lungo terra di espressione tutt’altro che secondaria. Dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente e lungo tutto il Medioevo, infatti, i territori italiani centro-meridionali sono rimasti in varia misura dipendenti politicamente, culturalmente e religiosamente da Bisanzio, e ancora oggi si conservano tesori di arte e architettura, di letteratura e devozione non inferiori a quelle della tradizione latina, soprattutto risalendo al primo millennio del cristianesimo. Questa commistione di Oriente e Occidente è in verità una delle caratteristiche principali del nostro popolo e della nostra storia, assai poco unitaria nelle sue tappe di evoluzione sociale e civile, ma molto sintetica nella sua capacità di incontro delle diversità e delle principali culture dell’Europa cristiana. La migrazione moderna degli albanesi, che ha dato vita a queste due”isole orientali” nel Meridione (anche se diverse parrocchie italo-albanesi sono disseminate lungo tutta la penisola), è da considerarsi un evento provvidenziale, che ha permesso e permette ancora oggi di ritrovare il filo di un cristianesimo italo-greco di eccezionale valore per la vita della Chiesa intera. Nonostante le tensioni e le lotte intestine dei cristiani europei, che hanno avuto i loro riflessi anche in Italia, questa antica vocazione a essere ponte e luogo di comunione ha fatto sì che tante tradizioni locali siano rimaste ben radicate nella memoria, o anche solo nell’inconscio, della cultura religiosa italiana, che spesso è meno monolitica e “papista” di altre espressioni europee come possono essere state quella spagnola o francese, o anche irlandese e polacca. Vogliamo allora augurare all’eparca Donato Oliverio, come si addice ad ogni nuovo pastore, un lungo e fruttuoso episcopato, ricco di grazie sacramentali ed evangeliche per i fedeli della sua diocesi. Esprimiamo anche un particolare sentimento di vicinanza e solidarietà per una missione così evocativa e profetica, insieme al suo confratello Sotir Ferrara di Piana degli Albanesi, ai sacerdoti celibi e sposati delle due diocesi, a tutte le comunità che mantengono viva, secondo la propria particolare modalità e dimensione, la grande tradizione orientale delle terre italo-greche, di un’Italia che nel cuore del Mediterraneo chiama tutti i popoli a riconoscere il primato della fede in Colui che dall’Oriente ha esteso al mondo la luce della salvezza e della misericordia dell’unico Dio.

Padre Stefano Caprio, docente presso il Pontificio Istituto Orientale



16 luglio 2012


L'Eparca di Lungro nomina il nuovo Protosincello

E' il Protopapàs Pietro Lanza  nuovo Protosincello (Vicario Generale) dell'Eparchia di Lungro. Nella mattinata di ieri a termine della processione mattutina della Vergine del Carmelo nella Cattedrale di San Nicola di Lungro il nuovo Eparca S. Ecc. Donato ha reso pubblico con la lettura del decreto vescovile la nomina del Rettore del Seminario Maggiore degli Italo-Albanesi di Cosenza a Protosincello dell'Eparchia.
Al Protopapàs Pietro vanno i nostri auguri di un ricco ministero pastorale.



Eparchia di Lungro: i primi passi del nuovo Eparca

Domenica 15 Luglio 2012 l'Eparca di Lungro S. Ecc. Donato ha presentato alla Comunità Parrocchiale San Giuseppe di Marri, Papàs Nicola Miracco come nuovo Amministratore della Parrocchia. All'amico e confratello Zoti Nicola giungano calorosi ed affettuosi auguri di fecondo ministero pastorale da parte della comunità parrocchiale della Kimisis di Palazzo Adriano.

15 luglio 2012




Omelia del Cardinale Paolo Romeo nel giorno del Festino.


Oggi la nostra Chiesa di Palermo rinnova la sua gioia e si ritrova unita e festante attorno alla sua Patrona, la vergine eremita Rosalia, le cui spoglie mortali sono racchiuse nella preziosa Urna argentea che in questi giorni veneriamo con particolare fede e devozione. Nel fare memoria del loro misterioso rinvenimento sul Monte Pellegrino, e del loro passaggio prodigioso per le vie di Palermo, celebriamo la presenza di Rosalia quale “compagna di viaggio” del popolo palermitano, che, dopo la liberazione prodigiosa dalla peste, in quella prima processione del 1624, si ritrova unito per implorarla coma avvocata, benefattrice, protettrice.
Questa sera, l’Urna argentea delle reliquie attraverserà in processione la Città, ricordandoci che la Santuzza – per così dire – scende dal Monte Pellegrino, ed esce dal suo eremitaggio per andare incontro ai suoi concittadini, per rimanere con loro e accanto ai loro problemi, alle loro fatiche quotidiane, alle difficoltà della loro esistenza. Stamattina, attorno a quest’Urna, la Città si ritrova insieme sotto il suo dolce sguardo, e, dunque, sotto lo sguardo di Dio, desiderosa di rendere sempre più vivo il passato e di affidare alla sua potente intercessione il suo futuro, invocandola contro i tanti bubboni di pestilenza che il male continua a generare e che offendono la dignità dei singoli e della comunità tutta.
Abbiamo ascoltato la pagina evangelica della parabola delle dieci vergini. Il Vangelo non condanna il sonno di queste donne, perché tutte e dieci, sia quelle stolte che quelle sagge, si addormentano nell’attesa dello sposo che tarda a venire. Condanna piuttosto la stoltezza di chi non pone rimedio sicuro a tale sonnolenza, di chi non fa scorta per tempo dell’olio per le lampade. Rimane emblematico, tuttavia, questo assopimento generale, sia delle vergini stolte che di quelle sagge. Sembra quasi che, nel cammino di fede e di vita incontro a Cristo Signore, nessuno sia escluso dal rischio del torpore, della rilassatezza, del sonno. Sembra che facilmente, anche semplicemente per distrazione, ci si possa dimenticare di vivere l’attesa di Cristo come tensione verso di lui e verso il suo amore.
Quanto è facile, dunque, addormentarsi! Quanto è facile farsi ingannare da quelli che possono sembrare i ritardi di Dio, le assenze di Dio! Dobbiamo ammettere che il nostro modo di vivere la fede cristiana all’interno dell’attuale e problematico contesto socio-culturale, si presenta stanco e intorpidito, incapace di mostrare questa tensione verso la santità in Cristo, incapace di leggere il modo in cui Dio si rivela nella realtà, anche misteriosamente. Ecco la necessità di procurare l’olio di riserva per i momenti in cui l’attesa si fa lunga, per i momenti in cui è più difficile rimanere fedeli a Cristo e al suo Vangelo, per i momenti in cui è più difficile vederne, sperarne, desiderarne il compimento.
Va fatta dunque una buona scorta di olio! Quale? L’austerità di Rosalia, la sua scelta forte di ritirarsi nell’eremo per una vita di preghiera e penitenza, ci insegnano anche oggi che questa scorta deve essere fatta con una perseverante preghiera, nella celebrazione dell’incontro quotidiano con il Dio della vita, proprio nel compimento ordinario dei doveri che sono connessi a ciascuno dei nostri stati di vita. Il tempo, che in Cristo è dono ed occasione di santificazione personale e comunitaria, è segno di una misericordia paterna e benevolente. Il tempo è fatto di opportunità per riconoscere la visita di Dio nella nostra vita, anche in quelle occasioni che sembrano non corrispondere alle nostre aspettative o ai nostri desideri. Ma per rendere pieno il tempo è necessario allenarsi a raccogliere la scorta d’olio per aver più luce nel momento del bisogno.
Rosalia ha saputo fare questa scorta nel suo eremitaggio. Noi dovremo farla in tutte quelle occasioni che, nella Chiesa, ci vengono proposte per coltivare e far crescere la nostra fede, per ancorarla sempre più a Dio e al suo primato nella nostra vita. Ed una di queste sarà l’Anno della fede che il Santo Padre Benedettop XVI ha indetto per il prossimo ottobre. Un anno in cui tutta la Chiesa si lascerà interpellare sulla propria fede in Cristo Salvatore, cercando di riscoprire tutta la forza della Risurrezione e la novità che essa può annunciare e portare nella vita degli uomini. C’è dunque la necessità di imitare Rosalia non in vuoti formalismi, né in religiosità di facciata, esteriori o spiritualistiche. C’è la necessità di rivedere la nostra vita “dal di dentro”.
San Paolo, nella seconda lettura ascoltata, prega il Padre perché i credenti siano “potentemente rafforzati nell’uomo interiore”, perché “il Cristo abiti per mezzo della fede nei loro cuori”, perché siano “radicati e fondati nella carità”. Riconosciamo che tutto questo il Padre lo ha compiuto nella vita e nell’esempio di Rosalia. Riconosciamo che il Padre continua a scrivere la storia della santità di questa Città anche con figure vicine al nostro tempo e alle nostre problematiche. Ed ecco ricevere, nei giorni scorsi, il dono della pubblicazione del Decreto sul martirio di don Pino Puglisi, sacerdote di questo presbiterio assassinato dalla mafia in odium fidei, fulgido esempio che si innesta nella schiera gloriosa dei santi della nostra Terra.
Il suo martirio è il coronamento di un’esistenza che è stata un “perdere la vita” nella sequela del Maestro Gesù. Un “perdere la vita” che ha trovato spazio prima di tutto nel suo quotidiano spendersi come pastore, nel trentennale esercizio del ministero presbiterale, nel suo umano incontrarsi con i bisogni della gente, nella sua condivisione semplice e spesso sofferta di tutte le problematiche dei fedeli a lui affidati. Rafforzato nell’uomo interiore, ricolmo dell’incontro quotidiano con Cristo, don Pino ha avvertito il dovere di annunciare un Vangelo che anche lui aveva ricevuto, di testimoniare quella familiarità con Cristo che gli aveva cambiato la vita. La radice di ogni sua ansia pastorale era comunicare a questi suoi figli che Gesù poteva camminare accanto a loro, specie condividendo il peso delle sofferenze e dei disagi che essi vivevano, a livello materiale, sociale, morale, spirituale. La sua alta statura è prima di tutto santità di vita, impegno diuturno di conversione e di testimonianza, e tutti ci sprona ad un rinnovato impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana al servizio degli uomini e delle donne del nostro tempo
In Santa Rosalia, come pure nel Servo di Dio don Pino, riconosciamo che tutto questo deve divenire anche per noi realtà, e che potrà esserlo nella misura in cui accogliamo sempre più il Vangelo, per creare cuori nuovi che sappiano condividere le comuni responsabilità di un autentico rinnovamento personale e comunitario. Guardando al nostra realtà scorgiamo pestilenze materiali e morali, antiche e nuove, personali e comunitarie, diffuse o emergenti… Le ferite del peccato segnano la vita uomini e donne come noi, attorno a noi… In questo contesto il futuro si fa sempre più denso di incertezze, soprattutto in un momento in cui tocchiamo con mano una crisi che coinvolge l’uomo, che ne porta i tratti devastanti e disumanizzanti. Questa crisi – è necessario rendersene conto – non è soltanto economica, ma anche e soprattutto umana, culturale, sociale, religiosa,.
Senza Dio tutto si risolve nell’avvilimento e nella distruzione dell’uomo. Dio è garante dei migliori tratti di un’umanità sana, di uomini e donne che amano la vita. Ritornare a riconoscerlo come Padre significa aprire gli orizzonti di una fraternità vera, fondamento di una operosa solidarietà. Riconoscerlo come Figlio significa sperimentare il grande amore dimostrato con il sacrificio della croce che ci spinge ad una sollecitudine di carità verso tutti. Riconoscerlo come Spirito Santo significa far sì che la quotidianità sia costantemente rinnovata e fecondata da un’azione d’amore che va oltre le limitate capacità dell’uomo. Se non riscopriamo che la nostra vita necessita l’amore di Dio, la sua presenza, la sua azione di grazia, rischiamo di far morire definitivamente in noi la speranza, rischiamo di perdere l’appuntamento con la novità e con la santità.
Rosalia ha compreso tutto questo. È stata, cioè, in grado di “comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”. Ha sperimentato l’amore di Dio e si è sentita attratta in modo pieno e definitivo, per risolvere la sua vita e darle un senso, un orientamento di verità e di bene senza precedenti, una novità senza eguali. Tale scelta esistenziale la portò a farsi Sposa del suo unico Signore Gesù Cristo, che – ci piace immaginare – la chiamò con le stesse parole del Cantico: “Alzati, amica mia, mia tutta bella, e vieni!”. Per Rosalia passava l’inverno della mondanità di corte, cessava la pioggia della pesante ricchezza che distrae, e sbocciava la novità della primavera dell’incontro con Dio, ricca di fiori e di frutti originati dalla preghiera e dalla penitenza, da quel rafforzamento dell’uomo interiore di cui ci parla l’apostolo Paolo.
Alla stessa maniera che per la Santuzza siamo chiamati ad accogliere la sfida della novità che germoglia nel cuore delle nostre scelte. Ci è richiesto di guardare con speranza al futuro, senza ridurre né semplificare le problematicità del presente, senza sterili polemiche circa il passato, ma impegnandoci ad accogliere il Cristo come fonte ed energia vitale del nostro pensare e del nostro agire. Rosalia continua a spronare tutti noi ad impegnarci per il Regno di Dio, rafforzando l’orientamento della nostra vita al Signore e promuovendo la giustizia, la solidarietà, la pacifica convivenza. Ci insegna che solo in un abbandono fiducioso e confidente nel Vangelo e nella sua novità sta la creatività del bene, il vero volto della libertà dell’uomo, la sua grandezza nel disegno della Creazione. Chiediamo a Rosalia il dono di farci sperimentare la presenza di Dio in questo tempo travagliato e complesso: chiediamo fiduciosi la sua intercessione perché lo Spirito ci renda strumenti sempre più impegnati nella costruzione del Regno di Dio in mezzo agli uomini.







 Riteniamo opportuno far conoscere la testimonianza del Nunzio Apostolico in Terra Santa Mons. Franco come stanno soffrendo i nostri fratelli cristiani.
© www.radiovaticana.org - 14 luglio 2012


 Il nunzio in Terra Santa: l'esodo dei cristiani non è legato a motivi religiosi ma politici


«L’esodo dei cristiani non è legato a motivi religiosi ma politici. E fino a quando il conflitto arabo-israeliano non sarà risolto i fedeli continueranno a lasciare questa terra». Questa l’amara dichiarazione rilasciata da mons. Antonio Franco ad Aiuto alla Chiesa che Soffre. Nunzio in Israele e Cipro e delegato apostolico per Gerusalemme e Territori palestinesi, mons. Franco ha accolto due volte Benedetto XVI: nel 2009 in Terra Santa e nel 2010 a Cipro. E in vista del prossimo viaggio apostolico in Libano valuta il probabile contenuto dell’Esortazione apostolica post-sinodale per il Medio Oriente, che sarà firmata durante la visita. «Chi crede che il Papa elaborerà un’agenda politica per risolvere il conflitto, rimarrà inevitabilmente deluso», spiega ad alcuni membri della Fondazione pontificia ricevuti nella sua residenza a Gerusalemme Est. Secondo mons. Franco, il Pontefice incoraggerà semplicemente i cristiani a promuovere un’atmosfera di pace e riconciliazione, «nel cui ambito si possono trovare ovviamente anche le giuste soluzioni politiche». Nel documento - redatto sulla base delle quarantaquattro proposizioni finali dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del 2010 – verrà inoltre posto l’accento sui principi della Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riferimento al rispetto della dignità umana. «Ma l’esortazione principale del Santo Padre – ritiene il nunzio – riguarderà un tema ampiamente dibattuto durante il Sinodo: quello della comunione». Il Papa inviterà ad una più stretta comunione tra i diversi riti della Chiesa cattolica e tra tutte le Chiese della regione. «E’ questa l’unica via da percorrere. Solo così la comunità cristiana potrà influenzare positivamente la situazione che vive la Terra Santa e contribuire alla soluzione dei problemi che la affliggono».






 







LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Al rientro da Frascati, dove questa mattina si è recato in Visita Pastorale, alle ore 12, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia al balcone del Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo e recita l’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti.

Cari fratelli e sorelle!
Nel calendario liturgico il 15 luglio è la memoria di San Bovanentura da Bagnoregio, francescano, Dottore della Chiesa, successore di San Francesco d’Assisi alla guida dell’Ordine dei Frati Minori. Egli scrisse la prima biografia ufficiale del Poverello, e alla fine della vita fu anche Vescovo di questa Diocesi di Albano. In una sua lettera, Bonaventura scrive: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa» (Epistula de tribus quaestionibus, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29). Queste parole ci rimandano direttamente al Vangelo di oggi, di questa domenica, che ci presenta il primo invio in missione dei Dodici Apostoli da parte di Gesù. «Gesù chiamò a sé i Dodici – narra san Marco – e prese a mandarli a due a due … E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche» (Mc 6,7-9). Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, praticò alla lettera questo Vangelo, diventando un testimone fedelissimo di Gesù; e associato in modo singolare al mistero della Croce, fu trasformato in un «altro Cristo», come proprio san Bonaventura lo presenta.
Tutta la vita di san Bonaventura, come pure la sua teologia hanno quale centro ispiratore Gesù Cristo. Questa centralità di Cristo la ritroviamo nella seconda Lettura della Messa odierna (Ef 1,3-14), il celebre inno della Lettera di san Paolo agli Efesini, che inizia così: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». L’Apostolo mostra quindi come si è realizzato questo disegno di benedizione, in quattro passaggi che cominciano tutti con la stessa espressione «in Lui», riferita a Gesù Cristo. «In Lui» il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo; «in Lui» abbiamo la redenzione mediante il suo sangue; «in Lui» siamo diventati eredi, predestinati ad essere «lode della sua gloria»; «in Lui» quanti credono nel Vangelo ricevono il sigillo dello Spirito Santo. Questo inno paolino contiene la visione della storia che san Bonaventura ha contribuito a diffondere nella Chiesa: tutta la storia ha come centro Cristo, il quale garantisce anche novità e rinnovamento ad ogni epoca. In Gesù Dio ha detto e dato tutto, ma poiché Egli è un tesoro inesauribile, lo Spirito Santo non finisce mai di rivelare e di attualizzare il suo mistero. Perciò l’opera di Cristo e della Chiesa non regredisce mai, ma sempre progredisce.
Cari amici, invochiamo Maria Santissima, che domani celebreremo quale Vergine del Monte Carmelo, affinché ci aiuti, come san Francesco e san Bonaventura, a rispondere generosamente alla chiamata del Signore, per annunciare il suo Vangelo di salvezza con le parole e prima di tutto con la vita.





14 luglio 2012





15 luglio 2012 -
Domenica dei Santi Padri del IV Concilio Ecumenico in Calcedonia, e dei Santi Padri del I Concilio Ecumenico in Nicea, del II in Costantinopoli, del III in Efeso, del V e del VI in Costantinopoli. – Santi Quirico e Giulitta martiri. - Tono VI


Antifone 

Agathòn to exomologhìsthe to Kirìo, ke psàllin to onòmatì su, Ìpsiste.

Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson imàs.

Buona cosa è lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.

Per l’intercessione della Madre di Dio, o Salvatore, salvaci.


2a ANTIFONA

O Kìrios evasìlefsen, efprèpian enedhìsato, enedhìsato o Kìrios dhìnamin ke periezòsato.

Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs ek nekròn, psàllondàs si: Alliluia.

Il Signore regna, si è rivestito di splendore, il Signore si è ammantato di fortezza e se n’è cinto.

O Figlio di Dio, che sei risorto dai morti, salva noi che a te cantiamo: Alliluia.


3a ANTIFONA

Dhèfte agalliasòmetha to Kirìo, alalàxomen to Theò to Sotìri imòn.

Anghelikè Dhinàmis…

Venite, esultiamo nel Signore, cantiamo inni di giubilo a Dio, nostro Salvatore.

Le potenze angeliche...


Epistola

- Gioite nel Signore ed esultate giusti, e giubilate voi tutti retti di cuore. (Sal. 31,11)

- Beati coloro ai quali sono state rimesse le colpe e perdonati i peccati. (Sal. 31,1)

Lettura dalla lettera di Paolo a Tito.

Diletto figlio Tito, questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista in queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini. Guardati invece dalle questioni sciocche, dalle genealogie, dalle questioni e dalle contese intorno alla legge, perché sono cose inutili e vane. Dopo una o due ammonizioni stá lontano da chi è fazioso, ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da se stessa. Quando ti avrò mandato Àrtema o Tìchico, cerca di venire subito da me a Nicòpoli, perché ho deciso di passare l’inverno colà. Provvedi con cura al viaggio di Zena, il giureconsulto, e di Apollo, che non manchi loro nulla. Imparino così anche i nostri a distinguersi nelle opere di bene riguardo ai bisogni urgenti, per non vivere una vita inutile. Ti salutano tutti coloro che sono con me. Saluta quelli che ci amano nella fede. La grazia sia con tutti voi. Amin.

Alliluia (3 volte).

- O Dio con le nostre orecchie abbiamo udito, i nostri Padri ci hanno raccontato l’opera che hai compiuto ai loro giorni, nei tempi antichi. (Sal. 43,2)      Alliluia (3 volte).

- Ci hai salvati dai nostri avversari, e hai confuso i nostri nemici. (Sal. 43,8)    Alliluia (3 volte).

VANGELO

Disse il Signore ai suoi discepoli: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.







15 Luglio 2012 a Palermo si celebra
"U Fistinu da a Santuzza"

La nascita della festa. Nel 1624 nella città di Palermo, martoriata dalla peste la popolazione si affidava invano alle sante protettrici della città e dei quattro mandamenti cittadini: Sant'Agata, Santa Cristina, Sant'Oliva e Santa Ninfa. Durante questa crisi, secondo la leggenda, l'allora poco nota Santa Rosalia apparve ad un saponaio di nome Vincenzo Bonello, indicando l'ubicazione delle proprie spoglie e ingiungendo che solo se i propri resti fossero stati portati in processione la peste sarebbe terminata. Nella grotta indicata dalla visione vennero trovate 27 reliquie e il giorno 15 luglio l'arcivescovo seguito da tutto il clero, dal senato palermitano e da alcuni cittadini eminenti fece una processione attraverso le strade della città con le reliquie della santa. In pochi giorni la città venne liberata dalla peste. Dal 1625 la Chiesa autorizzò il culto, anche se Rosalia venne proclamata santa soltanto il 26 gennaio 1630.

Il rito nel passato. Nel 1625 le reliquie vennero poste all'interno di uno scrigno in argento e vetro, custodito all'interno del Palazzo Arcivescovile, e dallo stesso anno vennero portate in processione per ricordare il miracolo compiuto, inaugurando una tradizione che in più di tre secoli ha subito ben poche interruzioni.

La processione. La prima celebrazione del 1625 fu particolarmente breve: le reliquie vennero spostate per pochi metri, dal Palazzo Arcivescovile fino alla cattedrale. Il percorso divenne sempre più lungo e complesso con i passare degli anni, fino a coinvolgere buona parte della città. Alla processione partecipano di diritto molte confraternite costituite nel corso dei secoli, la più antica e famosa è la Confraternita di Santa Rosalia dei Sacchi, costituita nel 1635 e formata da barbieri e calzolai (varberi e scarpari).
La confraternita, che prende il nome dall'abbigliamento usato durante la processione, ha il compito di trasportare l'effigie della santa che durante l'anno viene conservata nella Chiesa di Casa Professa. Tutte le confraternite dovevano portare un mantello con l'effigie della santa e grossi ceri in processione. In occasione della festa, sin dal XVII secolo, il Cassaro veniva addobbato con fastose architetture temporanee.

Il carro. I quattro piccoli carri utilizzati per le prime processioni vengono sostituiti nel 1686 da un grosso carro trionfale. Il carro, metafora del trionfo della santa, diventa ben presto il centro della celebrazione, assume subito dimensioni notevoli ed è stato più volte sostituito, nella ricerca di effetti scenografici sempre più solenni. Tra il Settecento e l'Ottocento molti famosi architetti palermitani si cimentarono nella sua progettazione.
Nel 1701 ad opera dell'architetto Paolo Amato, assunse per la prima volta la forma di vascello, idea ripresa anche in tempi moderni. Durante il periodo borbonico, fino al 1860 si mantenne a lungo il carro settecentesco, che mostrava l'opulenza della corte. In occasione dell'unificazione dell'Italia venne creato un nuovo carro, una grande vasca ornata da puttini. Nel 1896, su ispirazione di Giuseppe Pitrè, venne costruito un carro di dimensioni tali da non potere passare attraverso le strade del centro, ma dalle vie più esterne della città. Nel 1924, in occasione del terzo centenario del ritrovamento delle reliquie, venne costruito un carro fisso con una torre centrale alta 25 metri.

Il rito nel presente. Ancora adesso il "festino" è una grande festa popolare che richiama centinaia di migliaia di fedeli, curiosi e turisti, e che consiste in spettacoli, mostre e concerti che iniziano i primi giorni di luglio e si concludono con le celebrazioni religiose del 15 luglio. Ogni anno viene sviluppato un tema differente, mantenendo però di base la storia del miracolo della vittoria sulla peste.

La processione. La statua della santa di fronte alla Cattedrale di Palermo. La notte del 14 luglio la festa giunge all'apice, con una solenne processione dal Palazzo dei Normanni, lungo l'antico asse viario del Cassaro fino al mare, passando attraverso Porta Felice, secondo un itinerario ideale dalla morte (la peste) alla vita (la luce dei fuochi d'artificio in riva al mare).
La processione, composta da un carro trionfale con la statua della santa, trainato da buoi, e da carri allegorici, si ferma davanti alla Cattedrale, ai quattro canti (momento in cui, tradizionalmente, il sindaco in carica depone dei fiori ai piedi della statua della Santa gridando "Viva Palermo e Santa Rosalia!") e alla Marina, dove ha luogo un grande spettacolo pirotecnico accompagnato da musica sinfonica eseguita dal vivo.

Accompagnano la processione canti di devozione in rima:

"Uno. Nutti e jornu farìa sta via!

Tutti. Viva Santa Rusulia!

U. Ogni passu e ogni via!

T. Viva Santa Rusulia!

U. Ca ni scanza di morti ria!

T. Viva Santa Rusulia!

U. Ca n'assisti a l'agunia!


T. Viva Santa Rusulia!


U. Virginedda gluriusa e pia


T. Viva Santa Rusulia!”


ed ogni tanto il grido:    “E chi semu muti?   Viva viva Santa Rusulia”.

11 luglio 2012


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venerdì 6 luglio 2012
Un po’ di chiarezza…… in cronaca, e un po’ di polemica.
di Alessandro Rennis




Consacrazione Eparchiale di S. E. Donato Oliverio. Lungro 1° luglio 2012


Domenica primo luglio 2012, la diocesi greco-bizantina di Lungro avrebbe dovuto vivere la pagina più bella del suo modo di essere: perla di fede cattolica, certo, ma – soprattutto, direi – custode di quel rito, per la sopravvivenza del quale i nostri papàdes di ieri hanno combattuto tenacemente, fino a dare una svolta alla storia dei rapporti con Roma papalina e latineggiante, non sempre benevola con noi nel corso dei secoli. Dico, avrebbe dovuto vivere, ma così non è stato: e mi spiego. La gioia di accompagnare un proprio figlio ai piedi dell’altare di Dio, perché ricevesse la consacrazione ad Eparca, ha coinvolto tutti noi Lungresi, in un crescendo di emozioni indistinte ma profonde, fraternamente confuse in un ingorgo di analoghe sensazioni, vissute insieme ai tanti diocesani riversatisi a Lungro per la straordinaria occasione: stupenda manifestazione di un credo, da esercitare nella singolarità del nostro rito greco, ma anche opportuno momento per esprimere sostegno e stima al carissimo papàs Donato Oliverio, finalmente consacrato ad Eccellenza, secondo le nostre attese e secondo i di lui meriti. Ma per la circostanza, il nostro rito greco-bizantino, il vescovo di Piana degli Albanesi (Sua Eccellenza Rev.ma Sotìr Ferrara), l’Archimandrita del Monastero di Grottaferrata (Sua Eccellenza Rev.ma Emiliano Fabbricatore) e i nostri reverendi papàdes hanno subìto una vera e propria condizione di marginalità nell’ambito di un evento che – come dicevo – sarebbe dovuto essere - così come in effetti è - l’espressione massima della nostra identità sul piano liturgico e su quello storico: atteso che di tutta la cerimonia resterà, quale documento visivo e sonoro, solo ciò che la TV – tra tante difficoltà ed incertezze – è riuscita a mandare in onda. Già all’uscita del corteo clericale dalla curia vescovile, mi sono visto soffocato da un mare di guglie biancastre latine, montate su generose rotondità da circolo polare, mentre i nostri esponenti del clero, in paziente e compunto raccoglimento, venivano sballottati in modo indistinto tra la folla di curiosi: reduci riservisti di battaglie dimenticate anche dalla storia! - E che ci fanno tanti esponenti di rito latino in una cerimonia in cui il rito greco si dovrebbe concretizzare e manifestare nel suo massimo momento di splendore? Ecco, forse son qui solamente per testimoniare una convinta riverenza al nuovo Vescovo di Lungro - mi son detto. Pazienza! “Tirém innànz !!! “. Autoritario ma commovente il dialogo di fede tra il primo Vescovo consacrante , Ecc. Rev.ma Ercole Lupinacci , e il Rev.mo archimandrita candidato alla Chirotonia, papàs Donato Oliverio. La testimonianza di fede da questi confermata, in un’atmosfera di intensa spiritualità, mi ha fatto levare gli occhi verso quel credo immortalato nell’ampia fascia architettonica che lega le navate della nostra Cattedrale, e mi ha fatto rivivere i brividi di un tempo, allorché il Vescovo di Lungro, il suo clero ed il suo popolo, nelle solennità dell’anno liturgico, si ritrovavano insieme a cantare le lodi all’Eterno, con le voci dei nostri avi e secondo il mistico decoro del nostro rito, che è forte nei suoi valori simbolici e robusto nella coscienza collettiva: Pistévo is èna Theòn…..omologò en vàptisma is àfesin amartiòn……prosdokò anàstasin necròn ke zoìn tu méllondos eònos ! Violenti tagli di luce solare, frammisti alla luce di sfavillanti lampade di cattedrale in festa, all’improvviso mi sono apparsi miracolosamente legati a quella, più tenue e balbettante, dei mille ceri in preghiera, idealmente abbracciati in offerta orante verso l’imponenza del Pantocrator , che nella ieraticità del gesto codificato nelle icone bizantine, pareva accogliere con paterna gratitudine la voce del suo Servo, elevata in alto tra nugoli di incenso di mirto. Ma al momento della consacrazione episcopale, con mia somma iniziale sorpresa soffocata da immediato sdegno, ho visto, tra i tre consacranti, due vescovi di rito latino: il loro nome non interessa, perché non è in discussione la loro persona; è in discussione la funzione loro affidata, che mi è parsa subito impropria, inopportuna e assolutamente fuori contesto. E perché mai dare compiti istituzionali a due vescovi di rito latino in una cerimonia che avrebbe dovuto sigillare il trionfo della nostra Chiesa Greco-Bizantina, nella sua autonoma, distinta ed esaltante unicità di rito.? Ed i nostri papàdes? Eccoli, defilati in mortificato atteggiamento di immeritata sudditanza verso interpreti del tutto estranei al mondo greco-bizantino: rari punti di aureo colore d’oriente, tra una selva di ogive semoventi! E il Vescovo di Piana degli Albanesi, Ecc.za Rev.ma Sotìr Ferrara? E’ rimasto, per tutto il tempo, relegato in un angolo della Cattedrale e, da acutissimo studioso di musica bizantina, soltanto coinvolto, forse, nel discorso musicale, interpretato – nella circostanza - con rara perizia dal nostro coro. Già sento i maestrini di teologia applicata ricordarmi che non è importante la forma rituale con cui si manifesta la fede, ma è importante l’essenza del credo; Dio è uguale per tutti, greci o latini che si voglia; la fede viene prima di ogni altra considerazione ecc… ecc… ecc… !

Bene: ed allora lasciamo nel dimenticatoio definitivo tutti i nostri discorsi sul rito greco-bizantino, sulla nostra Eparchia, sulla funzione del nostro Eparca nel corpo vivo della Chiesa; consideriamo tutto il nostro patrimonio un puro e secondario accidente a fronte della sostanza; lasciamo al folklorismo turistico tutto ciò che ci distingue nella nostra singolarità. Mi si potrebbe perfino obiettare che tanti altri aspetti latineggianti si accompagnano tuttora nella pietà popolare accanto al nostro rito o con questo intrecciato: certo! Ma ciò non può consentire che si dia la stura ad un qualunquismo onnicomprensivo in fatto di rito; anzi, a nostra salvaguardia, è necessario correggere in tempo ogni licenza alla latinità, incominciando a cancellare dai manifesti e dai volantini di augurio il titolo di “monsignore” all’ Eccellentissimo Eparca Donato Oliverio; ed a maggior ragione il “don” Donato Oliverio, che stona anche per intima cacofonia. Ed auspicherei che analoga pulizia si faccia, fin da subito, anche nei tanti siti internet: giusto per far capire a chi legge cosa veramente noi siamo, nella nostra autenticità spirituale di credo e di rito. Un augurio al neo Eparca Ecc.za Rev.ma Donato Oliverio per un apostolato ricco di copiosi frutti spirituali per tutta la nostra Diocesi, ma anche un personale abbraccio congiunto a riverente bacio della mano, secondo il nostro rito. Un ringraziamento ed un deferente saluto al Vescovo uscente, Ecc.za Rev.ma Ercole Lupinacci, per il suo intenso lavoro di comunione col mondo d’Oriente. Un saluto a tutti i Vescovi latini ed a tutti i sacerdoti di rito latino presenti alla cerimonia, nella speranza che da oggi esercitino la loro missione, sì, ma nelle loro chiese latine. Un grazie, convinto perché meritato, a tutti i componenti il corpo della Protezione Civile e a tutti i volontari, che a vario titolo hanno fatto miracoli affinché la macchina organizzativa garantisse a tutti l’opportunità di seguire la cerimonia religiosa. Ecco tutto. So bene che da oggi passo ufficialmente nella lista degli integralisti, degli imperdonabili talebani, impegnato nella difesa della nostra identità; spero di non essere in solitudine; anzi, sono convinto di fare proseliti su simili temi.

martedì 10 luglio 2012

L’ordinazione del nuovo vescovo di Lungro

Il 13 febbraio 1919 Papa Benedetto XV con la bolla Catholici fideles istituiva l’Eparchia di Lungro per i cristiani di tradizione bizantina presenti nell’Italia continentale dal quindicesimo secolo, provenienti dall’Albania. Dopo quattro secoli di presenza in Italia, il Papa intendeva dare una configurazione ecclesiologica vera e propria ai cristiani che nella tradizione bizantina vivevano e celebravano la confessione di fede cristiana in un contesto liturgico, canonico e spirituale proprio appunto della tradizione bizantina. Nei novanta anni della vita dell’Eparchia di Lungro quattro vescovi si sono succeduti come pastori della diocesi: Giovanni Mele (1919- 1979), Giovanni Stamati (1979-1987), Ercole Lupinacci (1987-2010); dal 2010 al 2012 l’Eparchia è stata retta da un amministratore apostolico nella persona dell’Arcivescovo Metropolita di Cosenza-Bisignano, Salvatore Nunnari. Il 12 maggio 2012 Papa Benedetto XVI ha nominato nuovo eparca di Lungro l’archimandrita Donato Oliverio, che sotto l’amministratore apostolico era il delegato ad omnia. Lungo l’oltre novantennio di vita, i vescovi dell’eparchia hanno cercato di sviluppare tutti gli aspetti della vita ecclesiale, da quelli legati alla vita liturgica e spirituale dei fedeli a quelli vincolati alla formazione del clero, specialmente con la fondazione del seminario «Benedetto XV» a Grottaferrata nel 1918, e l’invio di tutti i seminaristi per gli studi universitari al Pontificio collegio greco di Roma. Domenica 1° luglio, festa dei santi Cosma e Damiano nella tradizione bizantina, è stato ordinato vescovo il quarto eparca, appunto papàs D onato Oliverio, nella cattedrale di san Nicola a Lungro. I tre vescovi ordinanti erano monsignor Ercole Lupinacci, eparca emerito di Lungro, monsignor Cyril Vasil’, Arcivescovo segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, e monsignor Salvatore Nunnari, Arcivescovo Metropolita di Cosenza-Bisignano. Erano presenti diversi vescovi di tradizione bizantina, l’Eparca Sotìr Ferrara, di Piana degli Albanesi di Sicilia, due vescovi dalla Romania, Virgil Bercea, di Oradea Mare, e Claudiu- Lucian Pop, ausiliare dell’arcivescovo maggiore di Făgăraş e Alba Iulia, l’Esarca Apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia, Dimitrios Salachas, il vescovo di Mukachevo, in Ucraina, Milan Šašik, e l’archimandrita dell’abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata, monsignor Emiliano Fabbricatore . Della tradizione latina era presente il Cardinale Arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, poi tutti i vescovi della Conferenza episcopale calabra, l’arcivescovo di Gaeta, Fabio Bernardo D’Onorio, e altri presuli. Erano presenti inoltre i superiori e alcuni seminaristi del Pontificio collegio greco di Roma. Attorniava il vescovo eletto tutto il clero eparchiale di Lungro e una folla notevole di fedeli venuti anche dai paesi più lontani della diocesi. La processione liturgica ha avuto inizio nell’episcopio e si è incamminata al canto di alcuni tropari bizantini verso la cattedrale, che ha accolto i celebranti sotto lo sguardo benedicente di Cristo, della Madre di Dio e dei santi rappresentati nei mosaici e nelle icone che oltre ad abbellire il tempio sono una vera mistagogia su tutti i misteri della fede cristiana. I canti della divina liturgia, come anche quelli della celebrazione della vigilia, sono stati eseguiti dal coro della cattedrale. Il metropolita Salvatore Nunnari ha tenuto l’omelia della celebrazione. A conclusione della liturgia il vescovo Donato Oliverio ha ringraziato tutti i presenti che lo hanno accompagnato e con lui e per lui hanno pregato per il suo nuovo ministero pastorale nella diocesi di Lungro. Il nuovo vescovo è nato il 5 marzo 1956 a Cosenza. Nel 1969 è entrato nel seminario San Basile di Cosenza e poi in quello di Grottaferrata. Alunno del Pontificio collegio greco di Roma ha conseguito la licenza presso il Pontificio istituto orientale. Ordinato sacerdote il 17 ottobre 1982, è stato parroco e dal 2003 al 2010 protosincello (vicario generale) della diocesi di Lungro. Attualmente l’eparchia, con circa trentacinquemila fedeli, conta ventinove parrocchie e una cinquantina di sacerdoti, di cui una trentina celibi e una ventina sposati, e cinque seminaristi. Momento ecclesiale particolarmente bello per l’eparchia di Lungro, pegno di benedizione del Signore per il cammino di questa Chiesa greco cattolica che assieme a quella di Piana degli Albanesi e al monastero di Grottaferrata costituiscono una presenza orientale viva e vivificante nelle Chiese italiane e nell’ insieme della Conferenza episcopale italiana.

di : Archimadrita Padre Manel Nin.